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Arquà ha origini antichissime e scavi
archeologici condotti dalla metà del secolo scorso
fino ai primi decenni del nostro secolo (e le
indagini sul sottosuolo non si sono mai interrotte)
hanno portato alla superficie importanti reperti
risalenti ad epoca anteriore alla civiltà atesina
testimonianti un insediamento umano attorno al
laghetto della Costa. Si rinverranno palafitte,
capanne, stoviglie di ceramica, ossa di animali,
utensili di selce databili alla fine dell’età del
bronzo. Alle pendici del monte ricco, poi, venne
alla luce una necropoli con vari utensili ed armi
appartenenti agli Euganei lì insediatesi prima della
colonizzazione di Roma alla quale Arquà fu sempre
fedele.
Al tempo di Augusto fu inquadrata nell’ambito della
Decima regione d’Italia comprendente le terre venete
e l’Iistria. Nel medioevo, Rodolfo Normanno abitava
il castello sul colle, chiamato poi Castello, citato
già nel 895. Sotto il comune padovano, Arquà fu sede
podestarile e venne innalzata al rango di Vicaria
alla fine della Signoria Carrese e continuando ad
esserlo anche dopo il 1405 sotto la Repubblica
Veneta con il dominio sui seguenti centri: Abano,
Baone, Cornoleda, San Daniele, Faedo, Fontanafredda,
Galzignano, Gemmala, Granze di Mezzaria, Lozzo, San
Pietro di Montagnon, Monteortone, Rua, Rusta,
Terralba, Valbona, Valle San Giorgio, Valnogaredo,
Valsanzibio.
Alla caduta della Repubblica Veneta, Arquà perdette lentamente la sua importanza ma nel
1866 con l’annessione del Veneto all’Italia fu
elevata a dignità di Comune e due anni dopo poté
fregiarsi anche del prestigioso nome del Petrarca. E
così Arquà Petrarca poté solennemente celebrare
pochi anni dopo, nel 1874, il quinto centenario
della morte del grande poeta alla presenza di Giosuè
Carducci che tenne il discorso ufficiale. L’ultimo
centenario della morte del poeta (il sesto) fu
celebrato in Arquà il 19 luglio 1974 con una con una
commemorazione da parte di Riccardo Baccelli.
I
padovani amarono sempre questa ridente località. La
chiesa, i monasteri, i nobili furono strettamente
legati con feudi e possessioni al territorio arquatense. Lo stesso signore di Padova, Francesco
il Vecchio da Carrara, nella seconda metà del
Trecento, godeva della decima di tutto il paese: …"feudum
decimale totius ville Arquade"… Il vescovo,
proprietario dei beni terreni in Arquà da tempo
antichissimo poteva ritenersi un grande feudatario
dell’impero ed anche il Capitolo dei canonici
conduceva vasti feudi terrieri.
Nel Trecento il
vescovo conduceva feudi senza esigere la decima ma
avendone in cambio soltanto una benevola fedeltà:
..."fidelitem gratem et certman"… Ne beneficiarono
le famiglie nobili e più prestigiose. Nei secoli XV
e XVI veneziani e padovani vi costruirono splendide
ville per abitare dove era vissuto il poeta. Passata
questa moda “petrarchesca” le case dei Contarini,
Badoer, Cavalli, Pisani, Capodivacca, Sambonifacio,
Santonini, Borromeo, Dottori, degli Oddo e degli
Zambrella rimasero a testimoniare uno splendido
passato. |
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